Entries Tagged as 'Conversazioni'

Melanconia I

Una domenica mattina come tante. La casa è immersa nel silenzio, perché sono solo, la radio e il televisore sono ancora spenti e tutti gli abitanti di Brema sembrano dormire ancora. Mentre mi lavo i denti penso a quello che mi aspetta da fare: le priorità sono pulire casa, fare la lavatrice e cibarsi. Poi magari qualche flessione e l’aggiornamento della contabilità. Attività non straordinarie per una domenica, me ne rendo conto.

Il silenzio di una casa facilita il vagabondare della mente e così, mentre mi passo il gel sui capelli, torno con il pensiero a 5-6 anni fa, quando quasi tutte le mie domeniche erano consacrate al calcio. A quell’ora si era già in ritiro alla tenuta del presidente, cercando la concentrazione e mangiando mozzarelle tutti insieme. Era una consuetudine odiosa, che ritenevo superflua per il livello a cui giocavamo. Adesso la calma piatta di questa domenica mi fa rimpiangere la sensazione di tensione crescente che accompagnava quelle ore pre-partita.

Mi verso il latte, mentre la mente mi serve un flash-back: dopo uno di quei pranzi comunitari sto giocando a scacchi contro un certo Pera, uno dei migliori giocatori dell’A.C. Mario Micheli. In pochi minuti subisco lo scacco matto, sotto lo sguardo incuriosito dell’allenatore che poi richiama la squadra per la partenza verso il campo. Della partita, quella di calcio, non ricordo nulla, né avversario, né risultato, né se giocai.

Un ricordo impietoso, perchè adesso quell’ex-compagno di squadra gioca nella Lucchese, cercando, con successo, di riportarla in C1. Mentre io…con un sorriso a mezz’asta ricordo l’ultima partita con i colleghi in un campo all’aperto: a furia di sparare pallonate sugli alberi forammo l’unico pallone che avevamo. Fummo costretti ad andarcene anzitempo, un branco di bambini tristi troppo cresciuti ed incapaci di giocare.

Fisso l’aspirapolvere nell’angolo. Mi sovviene che oggi è una di quelle poche domeniche in cui i negozi sono aperti. Tentenno, cercando di farmi venire in mente qualcosa di utile da andare a comprare…Accendo l’aspirapolvere: in fondo, un paio di piedi buoni non sono mai stati in vendita.

Fiat Lux

Sia fatta la luce. Ma devo ammettere che ultimamente sono spesso a terra, nell’oscurità. Non sempre è stato così, ma è evidente che negli ultimi mesi qualcosa è cambiato nella mia vita in Germania. Il fatto è che sempre più di frequente mi accade di rimanere bloccato in una situazione statica, quando invece vorrei prendere una certa direzione. E il senso di frustrazione che ne deriva è accentuato dalla consapevolezza che non sono l’unico responsabile, ma che anche qualcuno dal fare troppo meccanico ha contribuito a creare questo immobilismo. Nei momenti di disagio maggiore cerco aiuto: un amico che possa darmi un consiglio, una spinta. Ma l’inerzia è tale che questi apporti non sono sufficienti a sbloccarmi. Allora cerco conforto nella lettura, ho consultato anche manuali specifici, senza grossi risultati. Solo da “Il Rosso e il Nero” , più o meno, ho ricevuto una piccola carica, che pero’ è bastata a ripartire, almeno per un po’.

Ho appena superato una di queste situazioni di stand-by. Dovrei esserne sollevato, lasciarmi finalmente trasportare, ma ho il timore, se non la certezza, che la mia mente labile possa tradirmi di nuovo. E forse tutti i miei tormenti potrebbero attenuarsi, se non sparire del tutto, se solo potessi rispondere ad un’unica, semplicissima, domanda:

Ma perché mi scordo sempre i fari della macchina accesi?

Isole e vulcani

Capita, a volte, che faccia un po’ di caldo per una settimana intera. Normalmente me ne rallegrerei, ma il problema è che da due mesi a questa parte ho cambiato ufficio. Ad essere precisi, sembra un ufficio solo dall’interno, dal di fuori la struttura in cui mi trovo è inequivocabilmente un container. Anzi, una ventina di container, disposti l’uno accanto a l’altro, su due piani. Dal di fuori sembra di essere al porto di Livorno, con l’unica differenza che i container sono bianchi (per ora) invece che ruggine. Non so quali siano i vantaggi di costruire a questo modo, ma ho ben presente uno svantaggio: se c’è un po’ di sole si surriscaldano. E molto democraticamente in questa sistemazione si trovano tutti, dai super-manager agli ultimi arrivati come me. A ben vedere la gerarchia è stata fatta rispettare in termini di piantina, e giustamente la parete sud è toccata a me.

Oggi è uno di quei giorni infuocati: il ventilatorino da tavolo si sta già spremendo per darmi un po’ di sollievo. Davanti a me siede un nuovo arrivato. E’ indonesiano e si chiama, semplicemente, Pujiarto. Non ha bisogno di un cognome, vive benissimo anche senza, ma ne ha bisogno il sistema informatico, che pertanto lo ha etichettato “Pujiarto Pujiarto”. Si vede che ha voglia di chiacchierare, e mi parla un po’ di sè. Mi racconta che lavorava in Inghilterra, nell’isola di White, prima che la crisi mandasse in bancarotta la sua compagnia.

“Lavoravo in un bel posto, dall’ufficio vedevo il mare e gli yacht”, racconta. Alzo lo sguardo fuori dalla finestra: un altro container, a tre piani.
“E come è il tempo, nella città dove sei nato?”, chiedo io.
“Beh, la mia città è racchiusa da montagne vulcaniche, ci sono 20-25 gradi tutto l’anno”.
“Da quanto sei in Germania, Pujiarto?”
“Da dieci giorni”
“Ah…e che ne pensi? Ti trovi bene?”
“Si’…pero’ fa troppo caldo”.
Sulla faccia mi compare un sorrisino. Povero Pujarto, non sai che t’aspetta…

Il grido

Nonostante fossi andato a letto presto, la notte del 23 Luglio mi avrebbe lasciato sicuramente stanco. Era una di quelle notti senza sogni, in cui il cervello sembra non volersi spengersi del tutto, continuando a rielaborare le informazioni di giornata all’infinito.

Quel velo di sonno mi venne strappato via all’improvviso da un grido straziante, ripetuto. Non sapevo stabilirne la provenienza, ma di impulso andai alla finestra di camera. La strada poco piu’ in basso era scarsamente illuminata: rimasi ad osservare le macchine immobili, aspettandomi di vedere apparire figure da dietro gli alberi. Ma il silenzio era assoluto, tornai a sdraiarmi. Nelle orecchie avevo ancora quel grido, di un timbro che mi era sconosciuto, ma che potevo associare ad un dolore estremo o a un improvviso terrore. Erano le 3 e mezzo, mi rigiravo nel letto, la tranquillità necessaria al sonno ormai persa, l’orecchio teso. Sentivo di nuovo voci, sembravano provenire dal piano terra del condominio. La notte era umida, dovetti allontanare il copriletto. Poi un tonfo sordo, indistinto, pensai a macchina e bicicletta…quel grido ancora nelle orecchie…mi assopii.

Fui svegliato come da un botto alla porta di camera. Ma era ovvio che era un sensazione generata dal subconscio che restava agitato. Poi altre voci, qualcuno che passava sotto la mia finestra…i numeri rossi della sveglia che sancivano ore di sonno definitivamente perse.

Alla mattina cercai con una doccia di togliermi di dosso stanchezza, sudore e sensazioni sgradevoli. Stavo cominciando a pensare di essermi sognato tutto, quando notai che la porta del ripostiglio delle biciclette aveva i vetri in frantumi.

La farfalla di Alessio

Anche a voi piace pensare alla presenza dell’effetto farfalla nella vostra vita? Mi riferisco a quei piccoli avvenimenti, in principio apparentemente irrilevanti, che dimostrano in seguito di causare enormi conseguenze e di deviare il corso della vita.
Ogni tanto, ma oggi in particolare, penso a quello (finora) piu’ potente…

Lucca, Ottobre 2005
Come ogni sabato sera siamo riuniti sul piazzale vicino alla casa di Daniele e ci apprestiamo a far partire la serata: prima un salto in citta’, poi vediamo, in base all’ispirazione. Mentre scambiamo due parole ecco arrivare Alessio: di solito ci da la buonanotte e poi rientra in casa. Anche quella sera lo fara’, ma non prima di lanciare un sassolino nello stagno: “Sai Riccardo, all’Universita’ una societa’ tedesca sta cercando persone.”

Oggi sono passati esattamente tre anni dal mio arrivo in Germania.  Di certo quasi tutte le mie abitudini sono cambiate da allora. L’entusiasmo del primo anno, dovuto alla novita’ assoluta, e’ gia’ sfumato in una lieve, ma pur sempre presente, e talvolta persino piacevole, sensazione di monotonia.

Non avrei mai immaginato di restare cosi’ tanto, ne’ so quando rientrero’.

Vacanze

Carissimi lettori,

il libercolo va in vacanza per un po’ (in realta’ lo e’ gia’ da tempo…), almeno fino al 6 gennaio.

Colgo l’occasione per farvi i miei piu’ sentitissimi nonchè scontatissimi auguri di Buon Natale e di Buon Anno Nuovo!

A Presto…

La solita minestra? Magari…

Basta! Voglio porre fine al ciclo pasta-con-zucchini-e-gamberetti/pasta-con-salmone/pasta-al-pesto! E allora decido di lanciarmi in una ricetta nuova, ma non una ricetta qualsiasi, bensi’ le “Penne all’arrabbiata”, secondo le indicazioni fornite sul pacco di pasta Barilla. Lo stabilisco cosi’ su due piedi, mentre finisco di fare la doccia, e a mente mi sembra di avere tutti gli ingredienti.

L’inizio non e’ dei migliori: scopro che mancano proprio le penne; opto per “fusilli all’arrabbiata”. Affetto l’aglio e la cipolla e li butto nella padella dove gia’ l’olio si arroventa. Poi aggiungo un po’ di peperoncino, ma non troppo, giusto per giustificare il nome della ricetta. Mentre il soffritto si indora mi accorgo che forse e’ un po’ troppo, ma non ne faccio un dramma e vado a controllare l’email, lasciando i fusilli al loro destino. Torno giusto in tempo per evitare che l’aglio si carbonizzi, tolgo la padella dalla piastra e mi ricordo che devo preparare i pomodorini. Con grande rammarico scopro che di averne solo 5, ma per fortuna posso contare su un extra-ingrediente, le olive nere. Affetto con cura i pomodori, eliminando i semi, e poi li getto in padella, dove ancora giacciono i resti del soffritto. Riscaldo il tutto a fuoco potente, poi mi sovviene dei fusilli e mi affretto ad assaggiarli: troppo tardi, anche un tedesco li troverebbe scotti. Li scaravento prima nel colapasta e poi nella padella, sopra il condimento. Apro il barattolo delle olive: non sono denocciolate come avevo sperato. Non mi resta che grattugiarle sopra la pasta. Comincio a mescolare: vedo fusilli molli e molta cipolla, ogni tanto affiora un frammento di pomodoro, che da un tocco di rosso. Relitti di oliva mi fanno sperare in un minimo di sapore. Non mi resta che abbinare la giusta bevanda: la scelta ricade sulla birra in bottiglia di plastica gia’ aperta e un po’ sgassata.
Buon appettito a me!

Cifre astronomiche

Che la Luna ruoti intorno alla Terra, non mi importa un granché. Alla fine non faccio il contadino, ne’ vivo in un luogo dove le maree hanno effetto. Dell’inclinazione dell’asse terrestre sarei anche contento, in questo momento: l’inverno ha già lasciato posto alla primavera e le giornate si allungano. Ma tanto prima o poi la stessa inclinazione mi si ritorcerà contro, a meno di cambiare emisfero, e quindi alla fine mi risulta indifferente.
Ma e’ la rotazione della Terra intorno al sole che mi disturba assai: quella si’ che mi porta velocemente verso i trent’anni.

Inerte

Non ci si abitua mai alle partenze, nè tantomeno ai ritorni. Si rimane dapprima rattristati dalle condizioni meteorologiche, ci si illude sempre che la differenza con l’Italia non sia poi tanto grande. Ma parti con il sole ed arrivi con la neve, come se tu avessi viaggiato due ore non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Poi riprendi il ritmo giornaliero, e allora i contorni dei giorni in Italia cominciano a sfumare, i ricordi diventano quelli tipici di una vacanza, e non di una condizione normale.

Ma nonostante tutto, c’è sempre qualcosa di te che rimane in Italia. Qualcosa di cui hai senti la necessità, e che purtroppo non c’è. Qualcosa che vorresti proprio adesso, quando le energie già cominciano a mancare, qualcosa tipo… il caricabatterie del cellulare, me lo sono scordato, porca miseria!

Impaziente

Manca poco ormai alle ferie pasquali. E’ grande la gioia di poter rientrare in Italia, troppo lunghi i due mesi e mezzo di lontananza, così lunghi che si riflettono nella mia immagine allo specchio. Sarà piacevole poter riposare per una settimana, senza dover pensare a lavorare, cucinare, pulire e fare la spesa. Ma questo è niente rispetto alla frenesia di poter rivedere un persona in particolare, qualcuno che ha sempre dato un taglio importante alla mia vita. Questa persona mi manca moltissimo in Germania, ed ogni volta, poco prima di rientrare, penso al giorno esatto in cui potrò rivederla, sentendomi già più leggero…Le ultime settimane ho tenuto duro, la mia testa già si proiettava in quel di Lucca, ma poi si rivelava nuovamente pesante e soffriva alle intemperie del vento tedesco.
Ma adesso l’attesa è quasi finita, tra poco potrò incontrare quella persona di cui ho tanto bisogno e che è pronta ad accogliermi. Alla fine avvertirò come un soffio caldo, e mi sentirò nuovamente pronto ad affrontare la fredda Germania. E se potessi parlargli proprio adesso, tanto grande è la mia impazienza che gli griderei:
“Caro Mauro il barbiere, c’ho una testa come una capanna!”

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