C’era una volta un vicino

C´era una volta un vicino. Non uno qualsiasi, quello del piano di sopra.

Mi fece una buona impressione, all´inizio. Appena mi trasferii venne a suonarmi alla porta per presentarsi, assieme alla sua fidanzata. Sembravano una coppia affiatata, entrambi sulla quarantina, anche se vedendoli insieme si capiva che era lei, piú energica, quella che comandava. Lui era un tedesco pragmatico che poteva anche avere delle accortezze: una volta mi avvertí che stava per grandinare, consigliandomi di mettere la macchina in garage. Un’altra volta mi consiglió di mettere dentro la bici, “perché potevano rubarmela”. Quantomeno pareva avere a cuore i miei mezzi di locomozione. Un brav’uomo probabilmente, ma io lo odiavo lo stesso. Come tutti finiscono per odiare il vicino del piano di sopra. Lo odiavo per quei passi pesanti che rimbombavano sul soffitto, per quel ventilatore del bagno azionato nel cuore della notte, per quelle tapparelle lasciate cadere come fossero lame di una gigliottina… Atti che tradivano noncuranza, rumori che invadevano la mia privacy come un gas invisibile e che mi rendevano propenso a scrivergli lettere minatorie.

Scomparve per un periodo, il vicino del piano di sopra. Finché un giorno lo trovai proprio davanti alla mia porta. Era sdraiato, un po’ sul pianerottolo, un po’ sui primi scalini, pareva dormire. Un poco discoste giacevano due bottigliette mezze vuote di brandy, mentre una chiazza marroncina lambiva lo zerbino. Mi avvicinai e lui si scosse, sorrideva mentre si alzava ondeggiando. Gli chiesi se andava tutto bene e lui indicó in alto con un dito, come a dire “Forse è meglio se salgo a casa mia”. Lo assecondai con un finto sorriso da Alles in Ordnung, tutto a posto, ma era ovvio che entrare in casa non gli sarebbe stato possibile. Un tedesco si puó ubriacare, ci mancherebbe, ma non con dei superalcolici da barbone. Per lui quella porta era irrimediabilmente chiusa. Si sarebbe steso di nuovo, ma un piano piú in alto, e a me questo per ora bastava.

Una volta in casa, mentre il vecchio risentimento nei suoi confronti giá si trasformava in compatimento, pensai a quelle bottigliette di brandy sparse sul pianerottolo che chiunque, passando davanti alla porta, avrebbe potuto associare al mio nome scritto sul campanello. Dovevo eliminarle. Indossai dei guanti per pulizie, aprii la porta e raccolsi le bottiglie. Per il momento non avrei toccato la chiazza di brandy. Mi girai per rientrare e lo vidi nuovamente: aveva salito solo una rampa di scale e dormiva in piedi appoggiato con la fronte sul muro. Tra poco il buio lo avrebbe avvolto, poi qualcun’altro salendo lo avrebbe notato, magari proprio la sua ex-fidanzata.

Poco piú tardi una luce bluastra entró dalla finestra di cucina mentre stavo preparando la cena. Guardando fuori vidi un’ ambulanza che accostava e gli infermieri che ne uscivano, senza fretta. Il resto lo indovinai dai rumori: un coinquilino che faceva strada spiegando la situazione, gli infermieri che visitavano ed interrogavano l’uomo in stato confusionale, i successivi passi a scendere le scale. Tornai ad osservare la strada dalla finestra: vidi il vicino che camminava piano e poi veniva fatto salire nel retro dell´ambulanza. Le portiere scivolarono e si chiusero, l´ambulanza partí lenta.

Fu l’ultima volta che lo vidi.

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