Il piccolo condòmino

Il giorno della consegna delle chiavi dell´ appartamento la signora dell’ agenzia arrivó accompagnata dal marito, puntualissima. E’ il minimo, pensai, visto che mi aveva già presentato un conto di quasi 1500 euro per il suo ruolo di mediatrice. Entrammo. Insieme mi mostrarono di nuovo le stanze deserte, prendendo nel frattempo i dati dei contatori. Ingenuamente chiesi perché in salotto la luce ancora mancava: l’ uomo mi indicó dei fili blu e marrone sul soffitto, spiegandomi che bastava collegare un portalampada. Finito il giro e consegnate le chiavi, i due se ne andarono, lasciandomi immerso nel silenzio e nella penombra. Ricordo che mi chiesi subito chi altro abitasse in quel condominio. Iniziai a portare su una valigia che tenevo in macchina. Sulle scale incrociai un tipo con i capelli lunghi e gli occhi arrossati, lo sguardo perso di fronte a sé. Stava trasportando una cassa di birre, comunque mi accennó un saluto. Finii di trasportare le poche cose che avevo portato e considerai di nuovo la casa: la ricordavo piú grande. Decisi di andarmene e proprio mentre chiudevo la porta di casa udii una specie di lamento che non seppi identificare subito. Scesi le scale. Arrivato al piano terra mi fu chiaro che si trattava di un pianto e ne ebbi conferma alzando lo sguardo sulle altre scale: c’era un bambino che mi guardava. Sempre piangendo mi venne incontro, il passo incerto nello scendere i gradini. Provai un forte impulso di ignorarlo e forse per questo entrai nel locale delle lavatrici. Cercavo di interpretare le regole di utilizzo appese alle pareti, ma la mente era ancora a quel bambino che con ogni probabilitá mi stava aspettando lá fuori. Ed infatti quando aprii la porta me lo ritrovai quasi davanti, immerso nella penombra dell’ androne, con i capelli biondi e gli occhi lucidi. Aveva smesso di piangere e borbottava qualcosa di cui compresi solo “Mamma”. Mi sentii costretto a chiedergli “Dove é la tua mamma?”, ma in realtá non mi interessava saperlo. Mi rispose qualcosa, ma di nuovo compresi solo la parola “Mamma”. Forse è successo qualcosa in casa sua, pensai, trovando ingiusto che una seccatura del genere fosse capitata proprio a me che ero appena arrivato, dove erano gli altri inquilini? Presi la mia decisione: voltai le spalle al bambino e mi diressi verso il portone di ingresso. Lui capí subito le mie intenzioni e mi venne dietro ricominciando a piangere. Stavo per chiudermi dietro la porta quando notai le dita della sua manina spuntare dall’ altro lato, ultimo tentativo di trattenermi. Ma mi bastó poco per scuoterle via e chiudermi fuori con un rumore metallico liberatorio. Un pianto disperato scosse il silenzio del condominio.
In macchina la radio stava trasmettendo un motivo popolare. Erano le 7 di sera, malgrado tutto forse sarei ancora riuscito a trovare dei portalampada.

3 Comments

  1. …ma magari gli avevano sgozzato la mamma….

  2. “Bentornato” sul tuo blog..

  3. O forse n’avevi chiuso i diti nella porta…. a proposito…la chiave te l’eri ricordata?

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