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Il barbiere di Istanbul

Sabato sono stato costretto ad andare dal barbiere: un cesto di insalata mi stava crescendo sulla testa e non potevo aspettare di tornare in Italia. Non che fossi spaventato: l’ultima volta avevo trovato un barbiere turco dignitoso, la cui unica pecca era forse quel televisore sintonizzato su GayTv. Ma sabato e’ stato diverso, perche’ c’erano molte persone in negozio ed il proprietario ha dovuto chiamare rinforzi. E che rinforzi…

Prima arriva un tipo magrolino pallidissimo che sembra essersi appena svegliato. Sparisce nel retrobottega, ricompare con una maglia viola ed esclama: “Il prossimo!”. Poi compare un palestrato dai modi gentili e vagamente sospetti. Aspetto il mio turno mentre i tre disboscano teste tedesche con la macchinetta che pare un mieti-trebbia. Quando i cuoi capelluti prima di me se ne vanno, noto che in sorte mi tocca l’allampanato. Mi fa uno shampoo con acqua gelata (e chiede pure “Va bene?”…); io appena tocco la poltrona preciso “Con le forbici!”. Lui sembra un po’ spiazzato, ma inforca le forbici e comincia a tagliare. Sfoltisce qua รจ la, alzando i capelli col pettine e tagliando a casaccio, senza prendere la misura con le dita. Mi indica una ritrosa: io mi irrigidisco sulla poltrona, tanto che il collega gaio mi chiede “Soddisfatto?”. Nel frattempo Edward Mani di Forbice continua ad accanirsi sulla mia siepe. Ad un certo punto si interrompe per farmi notare che ho dei riccioli e non so come replicare. Dopo altri cinque minuti dichiara di aver finito: a me non par vero di andarmene. Pago l’artigiano anatolico con 11 euro e filo a casa per una stima dei danni. Il polo nord della mia testa e’ ancora abbastanza folto, mentre avvicinandosi all’equatore la vegetazione si dirada. Al polo Sud c’e’ quasi una foresta incolta, in pieno stile turcomanno. Non mi resta che fare una doccia, munirmi di asciugamano e pregare Sandra di tagliare i capelli in eccesso. “Non ti preoccupare” fa lei, “sicuramente non potro’ fare di peggio.”

Racconto: La vecchina col cappello

Ci sono quasi 10 minuti di cammino da casa mia alla fermata del tram, da percorrere ogni mattina lavorativa d’autunno e d’inverno. La vecchina col cappello fa parte del mio stesso tragitto: sale i gradini di casa, arriva al fruttivendolo e torna indietro. Col suo cappotto si protegge dal freddo, lo sguardo basso per riparare il viso dal vento che spira dal Weser.
E’ sempre puntuale la vecchina: in base al punto in cui la incontro posso capire se sono in ritardo o in anticipo sull’arrivo del tram. Ha un moto estremamente lento: soprattutto quando i suoi piedi affondano nei pochi centimetri di neve, pare traslare sospinta da chissa’ quale forza elettromagnetica, tanto sono corti i suoi passi. La osservo con gli occhi semichiusi dal sonno e immagino che abbia impiegato un’ora per vestirsi di tutto punto, lei che potrebbe dormire a oltranza…
Ma un giorno non la vidi, la vecchina col cappello. Non me ne accorsi il giorno stesso ovviamente, ma dopo una settimana la sua assenza divenne evidente. Passo’ un’altra settimana, poi altre due, infine un mese..e della vecchina non c’era piu’ traccia. Una mattina vidi un anziano signore uscire dalla stessa porta, con gli occhi bassi ed un’espressione malinconica. Mi avvicinai e gli chiesi come stava quella che pensavo fosse la sua compagna, gia’ temendo di conoscere la risposta.
“Se n’e’ andata, per sempre…” mormoro’.”Un giorno mi ha detto: ‘Me so’ rotta i cojoni de sta’ a Brema, me ne vado!’, e non l’ho piu’ vista…”
Un poco perplesso raggiunsi la fermata del tram.