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Gaffe n°1

Mi chiusi la porta di casa alle spalle ed immediatamente realizzai di essere un idiota. Avevo già escogitato delle contromisure perchè sapevo che sarebbe potuto succedere e quindi prima o poi sarebbe successo: una volta fatta una copia delle chiavi, l’ avrei consegnata ad un mio collega, pronto a soccorrermi nel caso mi fossi dimenticato le chiavi dentro l’appartamento, rese irraggiungibili da una porta che in nessun modo si può aprire dall’esterno. Peccato però che il danno fosse avvenuto prima che le contromisure venissero attuate. Erano le 20:00 e stavo uscendo per cena; chiamai subito il padrone di casa, gli spiegai la situazione e disse che mi avrebbe portato le chiavi, anche se la sua abitazione distava mezz’ora di macchina da Brema. Lo attesi sotto casa, lo vidi arrivare e quando era ancora lontano cominciai a scusarmi: “I’m sorry, I’m sorry” (mi dispiace, mi dispiace). Con il sorriso sulle labbra mi rassicurò sul fatto che mi veniva in soccorso per la prima e ultima volta; quindi s’informò sulla seconda copia delle chiavi che mi aveva consegnato: leggermente imbarazzato gli feci capire che quella copia si trovava a 1300 km di distanza, visto che l’avevo consegnata ai miei genitori. “Ah, very good” (Complimentoni per la pensata geniale), fu il suo commento. Una volta aperta la porta di casa, gli offrii goffamente un rimborso per il viaggio, ma declinò, dicendomi che avrebbe gradito una bottiglia di Havana.

Questa è stata la gaffe numero uno, e qualcosa mi dice che non sarà l’ultima.

Vita ad Amburgo - Parte seconda

Alle 8 e 45, un’ora dopo la partenza dall’albergo, riesco ad entrare nella stanza dedicata al training dei nuovi arrivati. Sergio e Benedetto, gli altri due compagni italiani, sono gia’ alle loro postazioni, impegnati nel disegnare astruse parti tridimensionali. A poco a poco, anch’io riesco a dare vita ad un oggetto chiaramente inutile, che mi diverto a guardare da tutte le angolazioni. La mia geometrica ispirazione e’ interrotta da uno spettacolo gia’ visto ma ugualmente interessante: oltre le finestre, a non piu’ di duecento metri, un aereo dal naso stranamente rigonfio sta effettuando la manovra di atterraggio. Posso vederlo chiaramente, maestoso e goffo al contempo, finche’ non scompare dietro bassi edifici, oltre i quali si puo’ indovinare una pista privata. Lo chiamano “Beluga”, ed e’ in grado di trasportare intere sezioni di fusoliera e parti di ala. Riprendo a modellare il pezzo di acciaio che ho sullo schermo finche’ Alessio dichiara di avere appetito: ” Se ne annamo a magna’?”. La mensa e’ vicina, e dopo poco meno di un’ora siamo nuovamente ai nostri posti. Le cinque arrivano abbastanza velocemente, un’occhiata alla posta elettronica e poi di nuovo verso il traghetto. Una spesa frugale, un attimo di riposo in camera e poi a cena con Benedetto ed Alessio: uno di Latina, l’altro di Roma, li ascolto parlare in dialetto e poi mi rifugio di nuovo nella mia stanza, dove mi aspetta la guida rapida di tedesco: mi piacerebbe imparare un’altra lingua, oltre al romano.